Woke e lotta di classe: non ci sono battaglie da abbandonare
Diritti Quali eccessi e quali distrazioni della sinistra avremmo vissuto, nell’Italia dove la presidente del Consiglio senza scandalo rilegge in rosa la dittatura fascista?

Giorgia Meloni durante una conferenza stampa – Foto Ap
È questione di punti di vista. «Ovviamente se guardiamo oggi alla storia del fascismo è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo di essa, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Meritava più attenzione questo passaggio della lunga intervista-ritratto dedicata a Giorgia Meloni dal New York Times, per il resto trascurabile. È una dichiarazione rivelatrice e finalmente sincera.
Ogni tanto, negli ultimi anni, era uscita di bocca alla presidente del Consiglio qualche faticosa presa di distanza, qualche mezza condanna del regime fascista. Potevano sembrare timide tappe di una lenta eppure positiva maturazione. Ma è comparso Vannacci, un concorrente mussoliniano senza ripensamenti, benedetto dai media e dai sondaggi. E così Meloni deve abbandonare le cautele, cambiare strategia e svelare quanto era bugiarda la sua conversione.
Perché è davvero questione di punti di vista. «Mentre ci trovavamo nel mezzo» il fascismo poteva apparire qualcosa di diverso dall’orrore che è stato, sostiene Meloni: il che è certamente vero per i fascisti convinti. Capi, profittatori o sudditi del regime che fossero. Sostenere poi che «in mezzo» a quel ventennio la “gente normale” non stesse così male, la gente che non perdeva tempo con strane idee tipo la libertà di pensiero, significa riproporre la favola per cui anche i criminali di guerra italiani, complici dell’Olocausto, erano in fondo «brava gente».
La litania delle «anche cose buone» che avrebbe fatto il fascismo, tipo l’ora di ginnastica in mezzo a un colpo di Stato, una dittatura, la strage degli oppositori, due o tre guerre di cui una mondiale, le leggi razziali e la completa devastazione morale e materiale del paese. Ma la ginnastica certamente fa bene.
Il fatto che Giorgia Meloni oggi dica al New York Times, senza più scrupoli, di «vederla diversamente» sul fascismo, il fatto che metta in dubbio non solo la storia ma anche i sentimenti di chi dal regime è stato oppresso e dei suoi discendenti, conferma l’assoluta incapacità di uscire dalla ridotta delle sue nostalgie. Dovrebbe essere un limite insuperabile per un’aspirante statista.
Ma conferma anche, si può dire, il disprezzo con cui la presidente del Consiglio si rivolge a ogni minoranza e a ogni opinione dissenziente. Non bastassero le mille leggi repressive che ha inventato, nulla più del completo annullamento del punto di vista delle vittime dell’ingiustizia, dei marginalizzati e dei perseguitati, le cui sofferenze contano evidentemente zero nel suo giudizio «storico», può dare la cifra di un’indole autoritaria e razzista. Con l’esibizione della quale ho l’impressione che dovremo fare i conti, ora che entriamo nella campagna elettorale, sempre di più.
È del resto un suprematismo bianco esibito e rivendicato quello che ci arriva di ritorno dagli Stati uniti. E la convergenza ideologica con Trump viene confermata esplicitamente da Meloni, proprio quando, nell’intervista al giornale americano, ammette le «difficoltà» nei rapporti personali con il presidente Usa.
L’intolleranza ostentata, le discriminazioni senza più «tabù ideologici» (così il governo italiano definisce i diritti fondamentali della persona, se la persona è migrante) verso minoranze e diversi sono tornate a essere il cuore della proposta politica della destra mondiale ma anche il terreno sul quale più facilmente fanno egemonia, conquistando larga parte dei «moderati».
Eppure sorprendente, proprio in questo momento, si prova ad affermare un pensiero sostanzialmente opposto, e cioè che sia stata «la sinistra» ad aver ecceduto nella difesa dei diritti civili, nel rispetto delle differenze, nella battaglia contro le discriminazioni, in sintesi nel «woke».
Trasferita dagli Stati uniti all’Italia – l’ha fatto anche Conte con una certa scaltrezza – e vista in questa luce, la polemica rivela immediatamente il suo punto di caduta. Che non potrà che essere quello di consigliare alla sinistra una maggiore moderazione, un freno se non proprio una ritirata da un fronte di battaglia dove peraltro non si sta vincendo, non si stanno abbattendo le statue dell’avversario, ma al contrario si assiste al dilagare di un senso comune intollerante.
Quale eccesso di woke può esserci in un paese dove, appunto, la presidente del Consiglio relativizza la dittatura e irride il femminismo nella stessa intervista, senza per questo togliere spazio alla sua destra a un generale che inneggia alle maniere forti con le donne e al «patriarcato mediterraneo» qualsiasi cosa voglia dire; in un paese dove il ministro dell’istruzione annuncia di voler chiudere le porte delle scuole ai bambini stranieri in eccesso, vieta l’educazione sessuo-affettiva mentre i suoi consulenti preparano un programma per cui la storia degli altri non è storia; in un paese dove la battuta omofoba è patrimonio sdoganato della retorica del potere, dalla seconda carica dello stato in televisione al consigliere comunale su facebook; in un paese dove nei fatti e adesso anche negli atti di legge si introduce un diritto affievolito per gli stranieri e ci si compiace di aver dato la linea all’Europa con le deportazioni e i campi di detenzione extragiudiziale per i migranti?
Qui non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie sociali e soprattutto di riconoscere il legame inscindibile che c’è tra la liberazione dal bisogno e l’emancipazione della persona (come correttamente fa l’intervento di Mimmo Cangiano che leggete qui sotto), che è poi niente altro che il diritto fondamentale alla piena affermazione della propria personalità, pilastro sul quale è costruita la Costituzione. Né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori dei cattivi delle favole.
Qui, in Italia e in Europa, non ci sono fronti da abbandonare. Al contrario la battaglia per una società finalmente aperta, dove autoritarismo, maschilismo, omofobia, suprematismo e nazionalismo tornino a essere pulsioni da nascondere e non da esibire nelle interviste, è in gran parte ancora da fare. Sopratutto dopo cinque anni di governo Meloni.
Ed è la stessa battaglia, non un’altra, di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza dignitosa per tutte e per tutti. La sinistra avrebbe bisogno di coraggio e di proposte e di pratiche radicali per portarla avanti. Quella radicalità che, guarda caso, si fa strada e vince con i candidati socialisti democratici negli Stati uniti. Ma i soddisfatti sacerdoti del funerale del woke, quell’esempio dimenticano sempre di farlo. Chissà perché.
( da www.ilmanifesto.it )